Revista electrónica: Actas y Comunicaciones
Instituto de Historia Antigua y Medieval
Facultad de Filosofía y Letras UBA
Volumen: I
2005
ISSN: 1669-7286

 

 

LE RAPPRESENTAZIONI DEL POTERE REGIO NELL’ITALIA LONGOBARDA

 

Claudio Azzara

Universitá di Salerno

 

Il periodo della storia d’Italia compreso tra la fine formale dell’impero romano d’occidente, nel 476, e la conquista delle regioni centro-settentrionali della penisola, già appartenute al regno dei longobardi, a opera di Carlo Magno, nel 774, ha tradizionalmente e complessivamente goduto presso la storiografia italiana di uno scarso interesse e di una valutazione negativa, in quanto bollato come epoca non solo di generale declino, sui diversi piani istituzionale, economico-sociale e culturale, rispetto al passato romano, ma anche di sostanziale arretratezza in confronto alle posteriori, più significative, realizzazioni originali del medioevo italiano, dalla civiltà comunale fino allo splendore dell’Umanesimo e del Rinascimento. L’arco cronologico occupato, dunque, dal breve governo del capo barbaro Odoacre (476-493), dal regno dei goti fondato da Teoderico (493-553) e dal più lungo regno dei longobardi (569-774), con la minima parentesi della restaurazione del potere imperiale per mano di Giustiniano tra il 554 e il 568, è stata a lungo ridotta, insomma, a un cupo intervallo nel fluire della storia patria, a una vera dark age, esito dell’assassinio della civiltà romana da parte dei barbari invasori, incapaci di costruirne una nuova e di lasciare alcuna eredità significativa ai secoli successivi. Solo una volta superato tale diaframma, la vicenda storica della penisola avrebbe ripreso a scorrere verso nuovi risultati, frutto anche della riscoperta dell’eredità classica.

            Una simile lettura dell’altomedioevo “barbarico” dell’Italia è stata innanzitutto influenzata, in misura determinante, dal pregiudizio circa l’indiscussa eccellenza dell’antichità romana – in senso quasi più assoluto che storicamente determinato – spesso considerata quale fondamento della tradizione più autenticamente “italiana”; basti pensare a questo proposito all’esaltazione della classicità romana compiuta dal fascismo, pronto a indicare una pretesa linea di continuità diretta (perfino in termini razziali) fra gli antichi romani e gli italiani del secolo XX e fra la politica imperiale di Roma e quella del regime di Mussolini. Inoltre, la riluttanza a formulare un giudizio obiettivo, scientifico, sull’età delle dominazioni “barbare” è stata conseguenza anche della singolare capacità di quei secoli di prestarsi a letture impropriamente attualizzanti: immediata è risultata, infatti, la creazione di un parallelismo, più o meno consapevole, tra l’”assoggettamento” degli italici dei secoli V-VIII a stirpi “germaniche” quali quelle dei goti e dei longobardi e la subordinazione politica di buona parte della penisola agli austriaci nel secolo XIX o all’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.

            In questo quadro d’insieme, il periodo longobardo, con tutte le complicazioni che presentò (il rapporto fra un’etnia immigrata dominante e una maggioranza romana politicamente subordinata, la bipartizione politica della penisola tra i nuovi arrivati e l’impero dopo lunghi secoli di unità  - perfino sotto i goti - , l’assunzione di un ruolo politico da parte del papato, a difesa dei valori della romanità cristiana), da sempre si è prestato a deformazioni di prospettiva e di valutazione. Ben nota è la lettura che ne è stata fatta durante il Risorgimento negli ambienti cattolico-liberali antiasburgici, letterariamente immortalata nella tragedia di Alessandro Manzoni Adelchi, ambientata per l’appunto nell’Italia longobarda: l’asserita (in realtà inesistente) schiavitù dei romani sotto il giogo degli “occupanti” longobardi simboleggiava la sottomissione degli italiani del presente al potere della casa d’Asburgo. Analogamente, in pieno Novecento gli echi della drammatica occupazione tedesca hanno indotto molti storici a respingere il contributo alla costruzione dell’”identità” italiana di un “popolo giovane”, quale quello longobardo, sulla scia della pur sacrosanta ripulsa per i deliri razzisti del nazismo.

            Non sono mancate, nel tempo, anche forme di “rivalutazione” della vicenda longobarda che rappresentano attualizzazioni di segno opposto rispetto a quelle elencate in precedenza, ma che pure risultano altrettanto criticamente infondate. Così Niccolò Machiavelli poté vedere nella fine del regno dei longobardi per iniziativa dei papi e dei loro alleati franchi l’”occasione mancata” di una possibile unificazione politica della penisola sotto i re longobardi, nonché il primo episodio della biasimevole prassi, costante nella storia d’Italia, di far intervenire gli stranieri (qui, i franchi) nella contesa politica nazionale. Dal canto loro, gli illuministi seppero apprezzare soprattutto l’azione da loro attribuita ai longobardi contro la chiesa e le sue ingerenze temporali.

Insomma, siano stati visti come i potenziali artefici di un regno “italiano” unitario e i paladini di un’opposizione al “prepotere” pontificio, oppure, al contrario, come un corpo estraneo rispetto all’identità nazionale, rimosso infine proprio dalla chiesa, vera custode della tradizione romano-cristiana, e comunque percepiti sempre come rozzi al cospetto di una civiltà incomparabilmente superiore, i longobardi hanno di rado beneficiato di un’analisi che non fosse condizionata da tesi precostituite. Le eccezioni in passato sono state scarse e si possono scorgere, per esempio, nell’atteggiamento di studio tutto “tecnico” (e perciò neutrale) di molti studiosi di storia del diritto, che si sono occupati di uno dei principali lasciti dell’età longobarda all’Italia medievale, la raccolta di leggi nota come Editto di Rotari; oppure nel grande sforzo di uno dei pionieri della longobardistica italiana, Gian Piero Bognetti, di proiettare la vicenda longobarda su uno sfondo più ampio della sola storia nazionale, quale incontro di civiltà su dimensioni europeo-mediterranee.

Oggi sul piano della ricerca scientifica l’attenzione per i secoli “barbari” della storia d’Italia appare in ripresa ed è contraddistinta da nuovi approcci, in gran parte interdisciplinari, coinvolgendo anche molti studiosi stranieri, dato che gli altomedievisti italiani restano nel complesso assai pochi. A questi risultati concorrono sia una prospettiva più generalmente “europea” della ricerca, capace di scavalcare, nello studio del passato, i confini geo-politici attuali (emancipandosi dalla pura “storia nazionale”), sia un miglior incrocio di fonti di natura diverse e di differenti specialismi. Appare soprattutto importante l’attitudine ad assumere una nuova periodizzazione, capace di abbattere lo steccato tra l’età classica e il medioevo per considerare una lunga epoca “di transizione” fra il mondo antico e quello medievale, in cui le trasformazioni, le persistenze, le radicali innovazioni, vengono ricostruite e valutate su tempi lunghi, al di fuori degli stereotipi “continuità/discontinuità”, o “apogeo/decadenza”. Con approcci di tal genere si svuotano di significato le vecchie classificazioni e convenzioni e si può rinnovare in profondità la ricerca, recuperando al grande fluire della storia d’Italia anche le esperienze gote e longobarda, senza pregiudizi di alcun tipo, come dimostrano di fare oggi, in particolare per i longobardi, studiosi quali (per citarne solo alcuni) Gian Piero Brogiolo, Paolo Delogu, Flavia De Rubeis, Stefano Gasparri, Cristina La Rocca, o, tra i non italiani, Walter Pohl.

            Nell’Italia degli ultimi anni una rinnovata attenzione per i longobardi (e per i goti) sembra testimoniata anche dal discreto successo riportato presso un pubblico più vasto di quello dei soli specialisti da diverse mostre e iniziative loro dedicate, spesso anche con realizzazioni su scala locale e di modesta entità, o con chiari fini didattici e divulgativi. Tuttavia in questo fenomeno appaiono giocare spesso più che un serio interesse di conoscenza facili mode pseudo-culturali, quando non banali strumentalizzazioni politiche che spingono per esempio il partito della Lega Nord e i suoi rappresentanti nelle amministrazioni, nella loro polemica localistica e cripto-separatista contro lo Stato italiano unitario, ad additare inesistenti radici “germaniche” (o magari “celtiche”) delle regioni dell’Italia settentrionale per contro a quelle “romane” del centro-sud, nel tentativo di contrapporre un’area settentrionale sviluppata perché parte integrante dell’Europa continentale (in forza di tali sue pretese origini “etniche”) a una meridionale, “naturalmente” appartenente a un contesto mediterraneo di arretratezza. Da qui il carattere più o meno scopertamente propagandistico – e non certo scientifico - di molte pubblicazioncelle, convegnini, iniziative varie, patrocinate dalle amministrazioni locali, di cui non mancano esempi in regioni quali, soprattutto, la Lombardia, il Veneto, il Friuli.

Contro le perduranti tendenze alla distorsione dei dati storici ci si deve auspicare non solo l’intensificazione della ricerca scientifica, ma anche un’opera di  corretta divulgazione storica da parte degli studiosi “professionisti”, secondo un modello anglosassone che in Italia è assai poco seguito, lasciando perciò spazi di manovra in questo campo ai dilettanti vari. Inoltre, a smentire ogni  esagerazione del peso delle componenti etniche “germaniche” nella miscela dell’Italia odierna basti rammentare innanzitutto come le stirpi barbare presenti nella penisola, anche se per due/tre secoli esse furono politicamente dominanti, costituirono pur sempre un’infima minoranza quantitativa rispetto alla massa della popolazione romana; inoltre, se il regno longobardo propriamente inteso occupò le regioni del centro-nord, si deve tener conto del fatto che, caduto quello in mani franche nel 774, la tradizione politica longobarda autonoma continuò fino all’XI secolo nell’Italia meridionale, nel principato di Benevento, che comprendeva ampia parte del Mezzogiorno continentale. All’opposto di quanto comunemente si ritiene, la presenza longobarda fu dunque assai più duratura al sud, dove si espresse per un totale di circa cinque secoli. Ma soprattutto non deve mai mancare la consapevolezza che le istituzioni e la cultura dell’Italia longobarda ebbero un carattere non certo “etnicamente” puro e distintivo, ma al contrario misto, ibrido, contaminato, con componenti diverse che non rimasero giustapposte, ma che si influenzarono a vicenda, adottando, volta per volta, le soluzioni più adatte al mutare degli equilibri complessivi e alle esigenze di una società in perenne trasformazione.

Le più tradizionali letture dell’esperienza dei longobardi in Italia hanno in genere posto l’accento sulla drastica rottura degli assetti tardoromani prodotta dall’invasione di questa stirpe. In qualche modo echeggiando le testimonianze delle fonti del tempo, molti studiosi hanno insistito sulla particolare estraneità culturale dei longobardi rispetto ai valori della civilitas romana, sulla radicale disarticolazione da loro causata degli ordinamenti sia civili sia ecclesiastici dei territori conquistati, sulla rapacità dei loro saccheggi, sulle persecuzioni a danno dei romani (o almeno dei loro ceti dirigenti) e sull’esclusione di questi dalla vita politica del nuovo regno. Con forza è stata marcata la contrapposizione fra gli ordinamenti delle regioni prese dai longobardi e di quelle rimaste all’impero.

Oggigiorno l’interpretazione appare più articolata e delimita ai primi tempi dell’invasione gli effetti di più accentuato scardinamento dei quadri tradizionali e l’antagonismo dell’exercitus barbaro invasore nei confronti della popolazione romana. Per il resto del percorso storico del regno longobardo in Italia, attraverso tutto il VII secolo e per quasi due terzi del successivo, si scorge piuttosto lo svilupparsi di un processo di progressiva, pur lenta e contrastata, acculturazione in senso romano-cattolico della gens Langobardorum e di adattamento dei suoi istituti originari, che portò a una radicale trasformazione degli stessi e a una sostanziale fusione etnico-culturale con l’elemento romano, fino a formare una realtà sociale e istituzionale del tutto nuova, infine travolta al nord dall’imposizione del dominio carolingio e libera invece di completare le proprie dinamiche evolutive nel principato di Benevento. Un terreno su cui si possono misurare tali fenomeni è rappresentato dalle forme di espressione e rappresentazione del potere, che qui si assumono quale esempio tra gli altri possibili, limitandosi a illustrare alcune acquisizioni critiche in merito, aperte a ulteriori suggestioni di ricerca.

La regalità longobarda viene abitualmente ricondotta a un modello “germanico”, lontanissimo dall’esempio romano, che vedeva quale sede autentica del potere l’assemblea (gairethinx) degli uomini liberi in grado di portare le armi, detti con vocabolo longobardo arimanni, cioè exercitales. Il re era eletto da tale assemblea e rimaneva una figura debole, di cui non era nemmeno avvertito sempre il bisogno: un monarca veniva creato, infatti, solo quando la tribù era chiamata a uno sforzo collettivo, come una guerra o una migrazione, che richiedesse unità di comando, ma in altri momenti poteva anche non esserci. Infatti, dopo la conquista dell’Italia i longobardi, come ricorda Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II, 32), per un decennio (574-584) non si diedero alcun re lasciando il potere distribuito fra i vari duchi, per tornare a eleggere un monarca (Autari) solo quando la minaccia delle forze imperiali consigliò loro di serrare i ranghi e di ritrovare l’unità.

Se i tratti fondamentali di questa ricostruzione sono esatti sul piano teorico-istituzionale, è profondamente errato pensare che il potere regio dei longobardi in Italia sia rimasto inalterato entro tale schema lungo i due secoli di vita del regno. Piuttosto, la vicenda di quest’ultimo appare una costante dialettica, con un complesso intreccio di mutamenti e persistenze, tra l’ordinamento tradizionale e i tentativi di imitare modelli romani, più adatti a una monarchia che da etnica si andava facendo territoriale.

Già durante il regno di Agilulfo (591-615), ad appena poco più di vent’anni dalla migrazione in Italia, si riscontra un primo sforzo della monarchia longobarda di definire se stessa su base non più solo tribale, cercando di emanciparsi almeno parzialmente dalla tradizione della gens. L’orientamento perseguito da Agilulfo (al quale forse diedero il proprio contributo quegli esponenti del ceto dirigente romano che le fonti testimoniano attivi a questa data presso il palatium di Pavia) implicava una “romanizzazione” della regalità longobarda di cui non mancano le tracce: dalla presenza nella corona agilulfina del tesoro di Monza del titolo di di “rex totius Italiae”, anziché “rex Langobardorum”, all’incoronazione del figlio ed erede Adaloaldo (che aveva ricevuto il battesimo cattolico) all’interno del circo di Milano, con una cerimonia dal chiaro simbolismo romano-imperiale. Romanizzante risulta anche un singolare documento iconografico datato al regno di Agilulfo (ma ora c’è anche chi ipotizza possa trattarsi di un falso), la lamina cosiddetta di Valdinievole perché ritrovata in tale area della Toscana e oggi conservata al Museo del Bargello di Firenze. Questa piccola lamina d’oro, di cui resta dubbio l’impiego originario (era forse applicata su una cassetta reliquiario ?), mostra il re longobardo in costume nazionale e affiancato da due guerrieri abbigliati come lui, ma collocato entro uno schema figurativo tipicamente romano-imperiale: cioè assiso in trono, con ai lati le figure di nemici vinti che gli rendono omaggio e due angeli/vittorie alate che sovrastano la scena recando cartigli.

            Insomma, a quest’epoca si può già notare un primo tentativo dei re longobardi di offrire una formulazione ideologico-propagandistica della propria potestas che non fosse costretta alla sola tradizione di stirpe, anche se questa rimaneva pur sempre il termine di legittimazione fondamentale, ma che sapesse inglobare anche moduli romani: all’asse portante costituito dal radicamento nella storia e nel mito della gens Langobardorum si cercava di accostare elementi propri del bagaglio ideologico ellenistico-cristiano, capaci di parlare anche ai sottoposti non longobardi.

Un’ulteriore accelerazione in tal senso si ebbe con il regno di Adaloaldo (616-626), il quale – mentre il padre, seppur ariano, aveva garantito una generica protezione ai romani cattolici scismatici tricapitolini del suo regno per accattivarsene le simpatie contro l’impero - si spinse fino ad abbracciare apertamente la fede cattolica. Tuttavia, una reazione della maggioranza dell’aristocrazia longobarda, che probabilmente non condivideva la politica di apertura ai romani del re (e il suo parallelo emanciparsi dal gairethinx tribale), portò alla deposizione di Adaloaldo e alla sua sostituzione con Arioaldo, a riprova che i tentativi di una definizione in termini nuovi della regalità longobarda si dovevano inevitabilmente scontrare con la resistenza opposta dalla tradizione e dall’aristocrazia della gens, nelle quali continuavano a risiedere le fonti autentiche del potere longobardo.

L’intero VII secolo fu così contrassegnato da un processo graduale e non certo incontrastato di rafforzamento dell’istituto regio, che giunse a compimento solo nel secolo successivo. Questo processo comportò, in primo luogo, un più sicuro controllo del territorio del regno, conseguito sia disciplinando le tendenze centrifughe dei vari duchi sia consolidando le zone di confine con le province imperiali, come seppe fare soprattutto il re Rotari (636-652).

L’irrobustimento dell’autorità regia procedette anche per altre vie, che compresero un’accentuazione della tendenza (pur contrastata) all’ereditarietà della carica regia in senso dinastico, in sostituzione della prassi della conquista militare del potere o della legittimazione personale attraverso il matrimonio con la vedova o con una figlia del predecessore; e lo sviluppo del patrimonio regio, già costituitosi al tempo di Autari (584-590), soprattutto grazie alle norme dell’Editto di Rotari che rendevano la curtis regia percettore di molte delle composizioni previste dal codice per una vasta serie di reati. Un segno dei processi in atto è riscontrabile anche nel fenomeno di una crescente localizzazione territoriale della regalità, di eco romano-bizantina, che si tradusse nella crescita d’importanza della città regia di Pavia e, all’interno di questa, del palatium, configurato non solo come residenza del re, ma quale sede degli uffici amministrativi centrali.

Non mancarono, beninteso, resistenze provenienti dalla potente aristocrazia tribale, che seppe a momenti alterni condizionare la politica regia, come si ricava, per esempio, dalla necessità per il re di far ricorso al concorso-consenso del populus-exercitus e dei membri eminenti dell’aristocrazia anche nell’esercizio di un tratto qualificante la funzione regia qual è l’azione normativa. Nel momento della produzione di un codice di leggi scritto, l’Editto di Rotari, nell’anno 643, il monarca non poteva svincolarsi dalla concezione pattizia dell’opera legislativa propria della cultura germanica antica e doveva convenire la norma, radicata nella memoria collettiva della stirpe, con l’assemblea del popolo-esercito. Il re longobardo, insomma, non era in grado di proporsi come unica fons legum, secondo il modello romano.

Insistita per tutto il VII secolo fu anche la ricerca da parte dei re longobardi di un nuovo modo di porsi nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche presenti sul territorio del regno e dello stesso papato. Dopo le aperture di Agilulfo e di Adaloaldo, la posizione dei monarchi longobardi in campo religioso alternò esplicite opzioni per il cattolicesimo, con Ariperto, Pertarito o Cuniperto, a scrupoli di mediazione tra le differenti componenti religiose del regno da parte di sovrani che pure non avevano abbracciato il cattolicesimo, come, ad esempio, Arioaldo. Una simile condotta, accompagnata dal moltiplicarsi di fondazioni di chiese e monasteri su iniziativa regia, fino alla sconfessione ufficiale dell’arianesimo a opera di Ariperto, coagulò gradualmente la solidarietà delle strutture episcopali attorno alla figura del re, che venne sempre più a configurarsi per loro come l’autorità politica di riferimento, aprendo la strada a nuove forme di cooperazione tra la monarchia longobarda e il clero. Segno dei nuovi rapporti fu, per esempio, l’iniziativa assunta dal re Cuniperto (686-698) di convocare una sinodo a Pavia, per un confronto tra vescovi ortodossi e scismatici che chiudesse l’annosa polemica sui  Tre Capitoli, in ossequio di un modello della sovranità cristiana risalente in prima istanza all’imperatore Costantino (con la sua convocazione del concilio di Nicea).

Nel corso dell’VIII secolo, prima della definitiva rovina del regno a causa dei franchi nel 774, l’evoluzione dello speculum del potere regio longobardo perfezionò quanto avviato in precedenza. Con l’accentuarsi dell’articolazione della società longobarda, in forza di una sua crescente stratificazione su base economica, venne superata la vecchia struttura tribale e si costituì un nuovo ceto di possessores, dalle origini etniche non più individuabili come longobarde, ma che della tradizione della gens rivendicava la piena ed esclusiva eredità, in contrapposizione ai pauperes, ormai espulsi dal seno della stirpe. Insomma, a questa data il termine-concetto di gens Langobardorum indicava non più un’entità etnica, ma un ceto economico-sociale. Di fronte a una simile ridefinizione, non più su base etnica, dell’intera società del regno il monarca si preoccupò di istituire un nuovo tipo di rapporto tra se stesso e gli arimanni-possessores, che ora si legavano a lui per mezzo di un vincolo di fedeltà personale, probabilmente istituzionalizzato da un giuramento. I liberi designati con il vocabolo di populus, dal loro canto, restavano esclusi sia dall’esercito sia dal giuramento di fedeltà richiesto agli arimanni. L’autorità regia cercò di affrancarsi nell’esercizio del proprio potere (ad esempio, nell’attività legislativa) dal condizionamento dell’assemblea degli arimanni-esercitali, pur non riuscendovi sempre e del tutto; allo stesso tempo, vi fu pure il tentativo, altrettanto difficile, di superare il tradizionale dualismo tra la monarchia e il potere dei duchi, mirando a un modello gerarchico, che ponesse il re al vertice e facesse discendere dalla sua persona ogni autorità.

Ancora una volta, a una simile ridefinizione della regalità longobarda tornava funzionale l’assunzione di moduli ideologici di matrice romano-cristiana. La piena espressione di ciò si ebbe soprattutto con il regno di Liuptrando (713-744), che offrì l’esempio più compiuto della regalità cattolica longobarda. Nei prologhi delle sue leggi, promulgate a diverse riprese tra il 713 e il 735, egli si definiva “christianus Langobardorum rex”, “catholicus pinceps”, e riconduceva la propria attività normativa alla volontà celeste: se Rotari aveva riconosciuto come la legittimità delle sue leggi risiedesse nel seno della tradizione degli antenati, Liutprando la collocava invece in una dimensione divina, dalla quale lo stesso re era partecipe, poiché, come garantiva la Bibbia, “cor regis in mano Dei est” (Proverbi 21, 1; Giobbe 12, 15). Le disposizioni stabilite dal christianus princeps non erano tanto un  frutto della sua saggezza, quanto della volontà di Dio, nella consapevolezza, sulla scorta di Giacomo 1, 17, che ogni dono proviene inevitabilmente dal Padre celeste. Un’opera legislativa ispirata al timor e all’amor Dei non si limitava alla disciplina degli uomini, ma si preoccupava anche di giovare alla loro salus animae, rendendoli degni del premio ultraterreno.

Insomma, nella definizione che ne dava Liutprando, l’opera legislativa del re trovava la propria ragione d’essere principalmente nel messaggio cristiano, avendo quale scopo la defensio della christiana et catholica lex e proponendosi come mezzo di salvezza; al contempo, il re legislatore cercava di affrancarsi dai vincoli della tradizione della stirpe e di acquisire, rivendicando un legame diretto con la volontà divina, un’autentica autonomia nell’opera di promulgazione della legge.

            Nella formulazione teorica d’età liutprandina la potestas regia longobarda dimostrava, dunque, di aver ben assimilato la lezione romano-cristiana, offrendo una valida base ideale alla sua concreta azione politica, pur senza riuscire a vincere del tutto le resistenze della tradizione, che continuarono a minare la solidità dell’istituto regio fino alla caduta di Desiderio di fronte al franco Carlo. Riconoscere tali percorsi, pur badando a non sopravvalutarne (ma nemmeno a sottovalutarne) la portata, significa, in definitiva, cogliere appieno la complessità dell’esperienza longobarda e la ricchezza dei suoi processi di acculturazione, che non possono certo essere ridotti entro alcuno rigido stereotipo tutto “germanico”, e perciò semplicisticamente “anti-romano”.

 

 

Testi di riferimento:

* AZZARA C., Las invasiones bárbaras, Granada 2004.

* AZZARA C., L’Italia dei barbari, Bologna 2002.

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* GASPARRI S., La cultura tradizionale dei Longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane, Spoleto 1983.

* GASPARRI S., Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichità e Medioevo, Roma 1997

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* LA ROCCA C. (ed.), Italy in the Early Middle Ages, Oxford 2002