LE RAPPRESENTAZIONI DEL
POTERE REGIO NELL’ITALIA LONGOBARDA
Claudio Azzara
Universitá di Salerno
Il periodo della storia d’Italia compreso tra la fine formale dell’impero
romano d’occidente, nel 476, e la conquista delle regioni centro-settentrionali
della penisola, già appartenute al regno dei longobardi, a opera di Carlo
Magno, nel 774, ha tradizionalmente e complessivamente goduto presso la
storiografia italiana di uno scarso interesse e di una valutazione negativa, in
quanto bollato come epoca non solo di generale declino, sui diversi piani
istituzionale, economico-sociale e culturale, rispetto al passato romano, ma
anche di sostanziale arretratezza in confronto alle posteriori, più
significative, realizzazioni originali del medioevo italiano, dalla civiltà
comunale fino allo splendore dell’Umanesimo e del Rinascimento. L’arco
cronologico occupato, dunque, dal breve governo del capo barbaro Odoacre
(476-493), dal regno dei goti fondato da Teoderico (493-553) e dal più lungo
regno dei longobardi (569-774), con la minima parentesi della restaurazione del
potere imperiale per mano di Giustiniano tra il 554 e il 568, è stata a lungo
ridotta, insomma, a un cupo intervallo nel fluire della storia patria, a una
vera dark age, esito dell’assassinio della civiltà romana da parte dei barbari
invasori, incapaci di costruirne una nuova e di lasciare alcuna eredità
significativa ai secoli successivi. Solo una volta superato tale diaframma, la
vicenda storica della penisola avrebbe ripreso a scorrere verso nuovi
risultati, frutto anche della riscoperta dell’eredità classica.
Una simile lettura dell’altomedioevo
“barbarico” dell’Italia è stata innanzitutto influenzata, in misura
determinante, dal pregiudizio circa l’indiscussa eccellenza dell’antichità
romana – in senso quasi più assoluto che storicamente determinato – spesso
considerata quale fondamento della tradizione più autenticamente “italiana”;
basti pensare a questo proposito all’esaltazione della classicità romana
compiuta dal fascismo, pronto a indicare una pretesa linea di continuità
diretta (perfino in termini razziali) fra gli antichi romani e gli italiani del
secolo XX e fra la politica imperiale di Roma e quella del regime di Mussolini.
Inoltre, la riluttanza a formulare un giudizio obiettivo, scientifico, sull’età
delle dominazioni “barbare” è stata conseguenza anche della singolare capacità
di quei secoli di prestarsi a letture impropriamente attualizzanti: immediata è
risultata, infatti, la creazione di un parallelismo, più o meno consapevole,
tra l’”assoggettamento” degli italici dei secoli V-VIII a stirpi “germaniche”
quali quelle dei goti e dei longobardi e la subordinazione politica di buona
parte della penisola agli austriaci nel secolo XIX o all’occupazione tedesca
durante la seconda guerra mondiale.
In questo quadro d’insieme, il
periodo longobardo, con tutte le complicazioni che presentò (il rapporto fra
un’etnia immigrata dominante e una maggioranza romana politicamente
subordinata, la bipartizione politica della penisola tra i nuovi arrivati e
l’impero dopo lunghi secoli di unità -
perfino sotto i goti - , l’assunzione di un ruolo politico da parte del papato,
a difesa dei valori della romanità cristiana), da sempre si è prestato a
deformazioni di prospettiva e di valutazione. Ben nota è la lettura che ne è
stata fatta durante il Risorgimento negli ambienti cattolico-liberali
antiasburgici, letterariamente immortalata nella tragedia di Alessandro Manzoni
Adelchi, ambientata per l’appunto nell’Italia longobarda: l’asserita (in realtà
inesistente) schiavitù dei romani sotto il giogo degli “occupanti” longobardi
simboleggiava la sottomissione degli italiani del presente al potere della casa
d’Asburgo. Analogamente, in pieno Novecento gli echi della drammatica
occupazione tedesca hanno indotto molti storici a respingere il contributo alla
costruzione dell’”identità” italiana di un “popolo giovane”, quale quello longobardo,
sulla scia della pur sacrosanta ripulsa per i deliri razzisti del nazismo.
Non sono mancate, nel tempo, anche
forme di “rivalutazione” della vicenda longobarda che rappresentano
attualizzazioni di segno opposto rispetto a quelle elencate in precedenza, ma
che pure risultano altrettanto criticamente infondate. Così Niccolò Machiavelli
poté vedere nella fine del regno dei longobardi per iniziativa dei papi e dei
loro alleati franchi l’”occasione mancata” di una possibile unificazione
politica della penisola sotto i re longobardi, nonché il primo episodio della
biasimevole prassi, costante nella storia d’Italia, di far intervenire gli
stranieri (qui, i franchi) nella contesa politica nazionale. Dal canto loro,
gli illuministi seppero apprezzare soprattutto l’azione da loro attribuita ai
longobardi contro la chiesa e le sue ingerenze temporali.
Insomma,
siano stati visti come i potenziali artefici di un regno “italiano” unitario e
i paladini di un’opposizione al “prepotere” pontificio, oppure, al contrario,
come un corpo estraneo rispetto all’identità nazionale, rimosso infine proprio
dalla chiesa, vera custode della tradizione romano-cristiana, e comunque
percepiti sempre come rozzi al cospetto di una civiltà incomparabilmente
superiore, i longobardi hanno di rado beneficiato di un’analisi che non fosse
condizionata da tesi precostituite. Le eccezioni in passato sono state scarse e
si possono scorgere, per esempio, nell’atteggiamento di studio tutto “tecnico”
(e perciò neutrale) di molti studiosi di storia del diritto, che si sono
occupati di uno dei principali lasciti dell’età longobarda all’Italia
medievale, la raccolta di leggi nota come Editto di Rotari; oppure nel grande
sforzo di uno dei pionieri della longobardistica italiana, Gian Piero Bognetti,
di proiettare la vicenda longobarda su uno sfondo più ampio della sola storia
nazionale, quale incontro di civiltà su dimensioni europeo-mediterranee.
Oggi sul
piano della ricerca scientifica l’attenzione per i secoli “barbari” della
storia d’Italia appare in ripresa ed è contraddistinta da nuovi approcci, in
gran parte interdisciplinari, coinvolgendo anche molti studiosi stranieri, dato
che gli altomedievisti italiani restano nel complesso assai pochi. A questi
risultati concorrono sia una prospettiva più generalmente “europea” della
ricerca, capace di scavalcare, nello studio del passato, i confini geo-politici
attuali (emancipandosi dalla pura “storia nazionale”), sia un miglior incrocio
di fonti di natura diverse e di differenti specialismi. Appare soprattutto
importante l’attitudine ad assumere una nuova periodizzazione, capace di
abbattere lo steccato tra l’età classica e il medioevo per considerare una
lunga epoca “di transizione” fra il mondo antico e quello medievale, in cui le
trasformazioni, le persistenze, le radicali innovazioni, vengono ricostruite e
valutate su tempi lunghi, al di fuori degli stereotipi
“continuità/discontinuità”, o “apogeo/decadenza”. Con approcci di tal genere si
svuotano di significato le vecchie classificazioni e convenzioni e si può
rinnovare in profondità la ricerca, recuperando al grande fluire della storia
d’Italia anche le esperienze gote e longobarda, senza pregiudizi di alcun tipo,
come dimostrano di fare oggi, in particolare per i longobardi, studiosi quali
(per citarne solo alcuni) Gian Piero Brogiolo, Paolo Delogu, Flavia De Rubeis,
Stefano Gasparri, Cristina La Rocca, o, tra i non italiani, Walter Pohl.
Nell’Italia degli ultimi anni una
rinnovata attenzione per i longobardi (e per i goti) sembra testimoniata anche dal
discreto successo riportato presso un pubblico più vasto di quello dei soli
specialisti da diverse mostre e iniziative loro dedicate, spesso anche con
realizzazioni su scala locale e di modesta entità, o con chiari fini didattici
e divulgativi. Tuttavia in questo fenomeno appaiono giocare spesso più che un
serio interesse di conoscenza facili mode pseudo-culturali, quando non banali
strumentalizzazioni politiche che spingono per esempio il partito della Lega
Nord e i suoi rappresentanti nelle amministrazioni, nella loro polemica
localistica e cripto-separatista contro lo Stato italiano unitario, ad additare
inesistenti radici “germaniche” (o magari “celtiche”) delle regioni dell’Italia
settentrionale per contro a quelle “romane” del centro-sud, nel tentativo di
contrapporre un’area settentrionale sviluppata perché parte integrante
dell’Europa continentale (in forza di tali sue pretese origini “etniche”) a una
meridionale, “naturalmente” appartenente a un contesto mediterraneo di
arretratezza. Da qui il carattere più o meno scopertamente propagandistico – e
non certo scientifico - di molte pubblicazioncelle, convegnini, iniziative
varie, patrocinate dalle amministrazioni locali, di cui non mancano esempi in
regioni quali, soprattutto, la Lombardia, il Veneto, il Friuli.
Contro le
perduranti tendenze alla distorsione dei dati storici ci si deve auspicare non
solo l’intensificazione della ricerca scientifica, ma anche un’opera di corretta divulgazione storica da parte degli
studiosi “professionisti”, secondo un modello anglosassone che in Italia è
assai poco seguito, lasciando perciò spazi di manovra in questo campo ai
dilettanti vari. Inoltre, a smentire ogni
esagerazione del peso delle componenti etniche “germaniche” nella
miscela dell’Italia odierna basti rammentare innanzitutto come le stirpi
barbare presenti nella penisola, anche se per due/tre secoli esse furono
politicamente dominanti, costituirono pur sempre un’infima minoranza
quantitativa rispetto alla massa della popolazione romana; inoltre, se il regno
longobardo propriamente inteso occupò le regioni del centro-nord, si deve tener
conto del fatto che, caduto quello in mani franche nel 774, la tradizione
politica longobarda autonoma continuò fino all’XI secolo nell’Italia
meridionale, nel principato di Benevento, che comprendeva ampia parte del
Mezzogiorno continentale. All’opposto di quanto comunemente si ritiene, la
presenza longobarda fu dunque assai più duratura al sud, dove si espresse per
un totale di circa cinque secoli. Ma soprattutto non deve mai mancare la
consapevolezza che le istituzioni e la cultura dell’Italia longobarda ebbero un
carattere non certo “etnicamente” puro e distintivo, ma al contrario misto,
ibrido, contaminato, con componenti diverse che non rimasero giustapposte, ma
che si influenzarono a vicenda, adottando, volta per volta, le soluzioni più
adatte al mutare degli equilibri complessivi e alle esigenze di una società in
perenne trasformazione.
Le più tradizionali letture dell’esperienza dei longobardi in Italia hanno
in genere posto l’accento sulla drastica rottura degli assetti tardoromani
prodotta dall’invasione di questa stirpe. In qualche modo echeggiando le
testimonianze delle fonti del tempo, molti studiosi hanno insistito sulla
particolare estraneità culturale dei longobardi rispetto ai valori della
civilitas romana, sulla radicale disarticolazione da loro causata degli
ordinamenti sia civili sia ecclesiastici dei territori conquistati, sulla
rapacità dei loro saccheggi, sulle persecuzioni a danno dei romani (o almeno dei
loro ceti dirigenti) e sull’esclusione di questi dalla vita politica del nuovo
regno. Con forza è stata marcata la contrapposizione fra gli ordinamenti delle
regioni prese dai longobardi e di quelle rimaste all’impero.
Oggigiorno l’interpretazione appare più articolata e delimita ai primi
tempi dell’invasione gli effetti di più accentuato scardinamento dei quadri
tradizionali e l’antagonismo dell’exercitus barbaro invasore nei confronti
della popolazione romana. Per il resto del percorso storico del regno
longobardo in Italia, attraverso tutto il VII secolo e per quasi due terzi del
successivo, si scorge piuttosto lo svilupparsi di un processo di progressiva,
pur lenta e contrastata, acculturazione in senso romano-cattolico della gens
Langobardorum e di adattamento dei suoi istituti originari, che portò a una
radicale trasformazione degli stessi e a una sostanziale fusione
etnico-culturale con l’elemento romano, fino a formare una realtà sociale e
istituzionale del tutto nuova, infine travolta al nord dall’imposizione del
dominio carolingio e libera invece di completare le proprie dinamiche evolutive
nel principato di Benevento. Un terreno su cui si possono misurare tali
fenomeni è rappresentato dalle forme di espressione e rappresentazione del
potere, che qui si assumono quale esempio tra gli altri possibili, limitandosi
a illustrare alcune acquisizioni critiche in merito, aperte a ulteriori
suggestioni di ricerca.
La regalità longobarda viene abitualmente ricondotta a un modello
“germanico”, lontanissimo dall’esempio romano, che vedeva quale sede autentica
del potere l’assemblea (gairethinx) degli uomini liberi in grado di portare le
armi, detti con vocabolo longobardo arimanni, cioè exercitales. Il re era
eletto da tale assemblea e rimaneva una figura debole, di cui non era nemmeno
avvertito sempre il bisogno: un monarca veniva creato, infatti, solo quando la
tribù era chiamata a uno sforzo collettivo, come una guerra o una migrazione,
che richiedesse unità di comando, ma in altri momenti poteva anche non esserci.
Infatti, dopo la conquista dell’Italia i longobardi, come ricorda Paolo Diacono
(Historia Langobardorum, II, 32), per un decennio (574-584) non si diedero
alcun re lasciando il potere distribuito fra i vari duchi, per tornare a
eleggere un monarca (Autari) solo quando la minaccia delle forze imperiali
consigliò loro di serrare i ranghi e di ritrovare l’unità.
Se i tratti
fondamentali di questa ricostruzione sono esatti sul piano
teorico-istituzionale, è profondamente errato pensare che il potere regio dei
longobardi in Italia sia rimasto inalterato entro tale schema lungo i due
secoli di vita del regno. Piuttosto, la vicenda di quest’ultimo appare una
costante dialettica, con un complesso intreccio di mutamenti e persistenze, tra
l’ordinamento tradizionale e i tentativi di imitare modelli romani, più adatti
a una monarchia che da etnica si andava facendo territoriale.
Già durante il regno di Agilulfo (591-615), ad appena poco più di vent’anni
dalla migrazione in Italia, si riscontra un primo sforzo della monarchia
longobarda di definire se stessa su base non più solo tribale, cercando di
emanciparsi almeno parzialmente dalla tradizione della gens. L’orientamento
perseguito da Agilulfo (al quale forse diedero il proprio contributo quegli
esponenti del ceto dirigente romano che le fonti testimoniano attivi a questa
data presso il palatium di Pavia) implicava una “romanizzazione” della regalità
longobarda di cui non mancano le tracce: dalla presenza nella corona agilulfina
del tesoro di Monza del titolo di di “rex totius Italiae”, anziché “rex
Langobardorum”, all’incoronazione del figlio ed erede Adaloaldo (che aveva
ricevuto il battesimo cattolico) all’interno del circo di Milano, con una
cerimonia dal chiaro simbolismo romano-imperiale. Romanizzante risulta anche un
singolare documento iconografico datato al regno di Agilulfo (ma ora c’è anche
chi ipotizza possa trattarsi di un falso), la lamina cosiddetta di Valdinievole
perché ritrovata in tale area della Toscana e oggi conservata al Museo del
Bargello di Firenze. Questa piccola lamina d’oro, di cui resta dubbio l’impiego
originario (era forse applicata su una cassetta reliquiario ?), mostra il re
longobardo in costume nazionale e affiancato da due guerrieri abbigliati come
lui, ma collocato entro uno schema figurativo tipicamente romano-imperiale:
cioè assiso in trono, con ai lati le figure di nemici vinti che gli rendono
omaggio e due angeli/vittorie alate che sovrastano la scena recando cartigli.
Insomma,
a quest’epoca si può già notare un primo tentativo dei re longobardi di offrire
una formulazione ideologico-propagandistica della propria potestas che non
fosse costretta alla sola tradizione di stirpe, anche se questa rimaneva pur
sempre il termine di legittimazione fondamentale, ma che sapesse inglobare
anche moduli romani: all’asse portante costituito dal radicamento nella storia
e nel mito della gens Langobardorum si cercava di accostare elementi propri del
bagaglio ideologico ellenistico-cristiano, capaci di parlare anche ai
sottoposti non longobardi.
Un’ulteriore accelerazione in tal senso si ebbe con il regno di Adaloaldo
(616-626), il quale – mentre il padre, seppur ariano, aveva garantito una
generica protezione ai romani cattolici scismatici tricapitolini del suo regno
per accattivarsene le simpatie contro l’impero - si spinse fino ad abbracciare
apertamente la fede cattolica. Tuttavia, una reazione della maggioranza
dell’aristocrazia longobarda, che probabilmente non condivideva la politica di
apertura ai romani del re (e il suo parallelo emanciparsi dal gairethinx
tribale), portò alla deposizione di Adaloaldo e alla sua sostituzione con
Arioaldo, a riprova che i tentativi di una definizione in termini nuovi della
regalità longobarda si dovevano inevitabilmente scontrare con la resistenza opposta
dalla tradizione e dall’aristocrazia della gens, nelle quali continuavano a
risiedere le fonti autentiche del potere longobardo.
L’intero VII
secolo fu così contrassegnato da un processo graduale e non certo incontrastato
di rafforzamento dell’istituto regio, che giunse a compimento solo nel secolo
successivo. Questo processo comportò, in primo luogo, un più sicuro controllo
del territorio del regno, conseguito sia disciplinando le tendenze centrifughe
dei vari duchi sia consolidando le zone di confine con le province imperiali,
come seppe fare soprattutto il re Rotari (636-652).
L’irrobustimento dell’autorità regia procedette anche per altre vie, che
compresero un’accentuazione della tendenza (pur contrastata) all’ereditarietà
della carica regia in senso dinastico, in sostituzione della prassi della
conquista militare del potere o della legittimazione personale attraverso il
matrimonio con la vedova o con una figlia del predecessore; e lo sviluppo del
patrimonio regio, già costituitosi al tempo di Autari (584-590), soprattutto
grazie alle norme dell’Editto di Rotari che rendevano la curtis regia
percettore di molte delle composizioni previste dal codice per una vasta serie
di reati. Un segno dei processi in atto è riscontrabile anche nel fenomeno di
una crescente localizzazione territoriale della regalità, di eco
romano-bizantina, che si tradusse nella crescita d’importanza della città regia
di Pavia e, all’interno di questa, del palatium, configurato non solo come
residenza del re, ma quale sede degli uffici amministrativi centrali.
Non mancarono, beninteso, resistenze provenienti dalla potente aristocrazia
tribale, che seppe a momenti alterni condizionare la politica regia, come si
ricava, per esempio, dalla necessità per il re di far ricorso al concorso-consenso
del populus-exercitus e dei membri eminenti dell’aristocrazia anche
nell’esercizio di un tratto qualificante la funzione regia qual è l’azione
normativa. Nel momento della produzione di un codice di leggi scritto, l’Editto
di Rotari, nell’anno 643, il monarca non poteva svincolarsi dalla concezione
pattizia dell’opera legislativa propria della cultura germanica antica e doveva
convenire la norma, radicata nella memoria collettiva della stirpe, con
l’assemblea del popolo-esercito. Il re longobardo, insomma, non era in grado di
proporsi come unica fons legum, secondo il modello romano.
Insistita per tutto il VII secolo fu anche la ricerca da parte dei re
longobardi di un nuovo modo di porsi nei confronti delle istituzioni
ecclesiastiche presenti sul territorio del regno e dello stesso papato. Dopo le
aperture di Agilulfo e di Adaloaldo, la posizione dei monarchi longobardi in
campo religioso alternò esplicite opzioni per il cattolicesimo, con Ariperto,
Pertarito o Cuniperto, a scrupoli di mediazione tra le differenti componenti
religiose del regno da parte di sovrani che pure non avevano abbracciato il
cattolicesimo, come, ad esempio, Arioaldo. Una simile condotta, accompagnata
dal moltiplicarsi di fondazioni di chiese e monasteri su iniziativa regia, fino
alla sconfessione ufficiale dell’arianesimo a opera di Ariperto, coagulò
gradualmente la solidarietà delle strutture episcopali attorno alla figura del
re, che venne sempre più a configurarsi per loro come l’autorità politica di
riferimento, aprendo la strada a nuove forme di cooperazione tra la monarchia
longobarda e il clero. Segno dei nuovi rapporti fu, per esempio, l’iniziativa
assunta dal re Cuniperto (686-698) di convocare una sinodo a Pavia, per un
confronto tra vescovi ortodossi e scismatici che chiudesse l’annosa polemica
sui Tre Capitoli, in ossequio di un
modello della sovranità cristiana risalente in prima istanza all’imperatore
Costantino (con la sua convocazione del concilio di Nicea).
Nel corso dell’VIII secolo, prima della definitiva rovina del regno a causa
dei franchi nel 774, l’evoluzione dello speculum del potere regio longobardo
perfezionò quanto avviato in precedenza. Con l’accentuarsi dell’articolazione
della società longobarda, in forza di una sua crescente stratificazione su base
economica, venne superata la vecchia struttura tribale e si costituì un nuovo
ceto di possessores, dalle origini etniche non più individuabili come
longobarde, ma che della tradizione della gens rivendicava la piena ed
esclusiva eredità, in contrapposizione ai pauperes, ormai espulsi dal seno
della stirpe. Insomma, a questa data il termine-concetto di gens Langobardorum
indicava non più un’entità etnica, ma un ceto economico-sociale. Di fronte a
una simile ridefinizione, non più su base etnica, dell’intera società del regno
il monarca si preoccupò di istituire un nuovo tipo di rapporto tra se stesso e
gli arimanni-possessores, che ora si legavano a lui per mezzo di un vincolo di
fedeltà personale, probabilmente istituzionalizzato da un giuramento. I liberi designati
con il vocabolo di populus, dal loro canto, restavano esclusi sia dall’esercito
sia dal giuramento di fedeltà richiesto agli arimanni. L’autorità regia cercò
di affrancarsi nell’esercizio del proprio potere (ad esempio, nell’attività
legislativa) dal condizionamento dell’assemblea degli arimanni-esercitali, pur
non riuscendovi sempre e del tutto; allo stesso tempo, vi fu pure il tentativo,
altrettanto difficile, di superare il tradizionale dualismo tra la monarchia e
il potere dei duchi, mirando a un modello gerarchico, che ponesse il re al
vertice e facesse discendere dalla sua persona ogni autorità.
Ancora una volta, a una simile ridefinizione della regalità longobarda
tornava funzionale l’assunzione di moduli ideologici di matrice romano-cristiana.
La piena espressione di ciò si ebbe soprattutto con il regno di Liuptrando
(713-744), che offrì l’esempio più compiuto della regalità cattolica
longobarda. Nei prologhi delle sue leggi, promulgate a diverse riprese tra il
713 e il 735, egli si definiva “christianus Langobardorum rex”, “catholicus
pinceps”, e riconduceva la propria attività normativa alla volontà celeste: se
Rotari aveva riconosciuto come la legittimità delle sue leggi risiedesse nel
seno della tradizione degli antenati, Liutprando la collocava invece in una
dimensione divina, dalla quale lo stesso re era partecipe, poiché, come
garantiva la Bibbia, “cor regis in mano Dei est” (Proverbi 21, 1; Giobbe 12,
15). Le disposizioni stabilite dal christianus princeps non erano tanto un frutto della sua saggezza, quanto della
volontà di Dio, nella consapevolezza, sulla scorta di Giacomo 1, 17, che ogni
dono proviene inevitabilmente dal Padre celeste. Un’opera legislativa ispirata
al timor e all’amor Dei non si limitava alla disciplina degli uomini, ma si
preoccupava anche di giovare alla loro salus animae, rendendoli degni del
premio ultraterreno.
Insomma, nella definizione che ne dava Liutprando, l’opera legislativa del
re trovava la propria ragione d’essere principalmente nel messaggio cristiano,
avendo quale scopo la defensio della christiana et catholica lex e proponendosi
come mezzo di salvezza; al contempo, il re legislatore cercava di affrancarsi
dai vincoli della tradizione della stirpe e di acquisire, rivendicando un
legame diretto con la volontà divina, un’autentica autonomia nell’opera di
promulgazione della legge.
Nella formulazione teorica d’età
liutprandina la potestas regia longobarda dimostrava, dunque, di aver ben
assimilato la lezione romano-cristiana, offrendo una valida base ideale alla
sua concreta azione politica, pur senza riuscire a vincere del tutto le
resistenze della tradizione, che continuarono a minare la solidità
dell’istituto regio fino alla caduta di Desiderio di fronte al franco Carlo.
Riconoscere tali percorsi, pur badando a non sopravvalutarne (ma nemmeno a
sottovalutarne) la portata, significa, in definitiva, cogliere appieno la
complessità dell’esperienza longobarda e la ricchezza dei suoi processi di
acculturazione, che non possono certo essere ridotti entro alcuno rigido
stereotipo tutto “germanico”, e perciò semplicisticamente “anti-romano”.
Testi di riferimento:
* AZZARA C.,
Las invasiones bárbaras, Granada 2004.
* AZZARA C.,
L’Italia dei barbari, Bologna 2002.
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L., Ideologie del classicismo, Torino 1980.
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1977.
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* FALCO G.,
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* GASPARRI
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pagane, Spoleto 1983.
* GASPARRI
S., Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichità e Medioevo, Roma
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* GASPARRI
S., I germani immaginari e la realtà del regno. Cinquant’anni di studi sui
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Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo, I, Spoleto 2003, pp. 3-28
* LA ROCCA
C. (ed.), Italy in the Early Middle Ages, Oxford 2002