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     Actas del XI Coloquio Internacional de Geocrítica

LA PLANIFICACIÓN TERRITORIAL Y EL URBANISMO DESDE EL DIÁLOGO Y LA PARTICIPACIÓN

Buenos Aires, 2 - 7 de mayo de 2010
Universidad de Buenos Aires

 

CITTÀ MARGINALI NEL MEZZOGIORNO ITALIANO: UN CASO DI STUDIO

 

Emilia Sarno

PhD, Ricercatrice ANSAS Molise, Università degli Studi del Molise

sarno@unimol.it


Città marginali nel mezzogiorno italiano: un caso di studio

Vi sono città nelle quali coabitano spazi centrali e spazi marginali, ma vi sono anche aree urbane segnate in modo complessivo dalla marginalità per il ruolo periferico rispetto ai trasporti e alle comunicazioni, per la ridotta presenza dell'apparato tecnologico e dei servizi avanzati.

La ricerca vuole mettere in luce queste forme di marginalità urbane nel Mezzogiorno italiano attraverso lo studio di una specifica regione: il Molise,  ricercandone le ragioni geo-storiche, le caratteristiche socio-demografiche ed economiche. Si vogliono così indagare, attraverso il caso di studio,  le regioni urbane marginali e  i possibili sviluppi per questi contesti.

L'analisi della situazione è svolta attraverso  fonti moderne e contemporanee in un'ottica geo-storica per spiegare le ragioni che non hanno favorito lo sviluppo urbano e permeano le oscillazioni contemporanee.

Parole chiave: atrofia urbana, marginalità, analisi geo-storica urbana


Marginal Cities in the Italian South: a case study (Abstract)

In some cities central areas  and marginal spaces coexist together, but  some urban areas can be characterized by their status as exclusively ‘fringe' areas  given the marginal role they have in that they lack good communications and transport systems, as well as a reduced presence of technological resources and advanced services.

In this research we would like to highlight these aspects of marginal  urban areas in the Italian South with reference to a specific region, Molise, by looking at their geo-historical causes and their social-demographic and economic characteristics. We would like to survey, through a case study,  the marginal urban regions and the possibility of  their development.

An analysis of the situation from a geo-historical perspective is made by making use of modern and contemporary sources  in order to explain why urban development has not been favoured and why contemporary problems still exist.

Key words:  urban atrophy, marginality, urban geo-historical analysis


Spazi urbani e marginalità: l'ipotesi di ricerca

La marginalità di un sistema territoriale dipende dal grado di separatezza rispetto al contesto nel quale è inserito e dalla limitatezza delle attività economiche. In un sistema marginale le risorse sono sottoutilizzate e la stessa  struttura urbana ha un ruolo sterile, spesso assume solo caratteri residenziali o amministrativi, senza sviluppare funzioni e servizi evoluti. Queste premesse rappresentano bene alcune aree del Mezzogiorno italiano e si riflettono nei relativi contesti urbani,  che non hanno generalmente un ruolo attrattivo, non sono  nodo di traffici commerciali e spesso sono privi di vitalità produttiva.

E' necessario in forma preliminare chiarire il concetto di marginalità da intendersi secondo la complessa discussione che nell'ambito geografico ha tale concetto  e sintetizzata da Sforzi: "Nell'ambito del discorso geografico, dunque, la marginalità di un sistema territoriale si può far dipendere dalla combinazione di due fattori: il grado di relativa separatezza che esso manifesta entro il complesso delle relazioni funzionali che formano il sistema territoriale e che concorrono a identificare i suoi confini; la posizione marginale occupata dai gruppi di popolazione  e da attività economiche che caratterizzano la struttura interna di ciascun sistema territoriale con riferimento alla struttura globale del sistema territoriale nazionale" (Sforzi, 1989, p. 208).

La marginalità è, dunque, espressione di una sinergia di fattori - ambientali,  sociali, economici - dove le risorse non utilizzate, soprattutto umane, finiscono per trasferirsi altrove. Negli spazi urbani in molti casi coabitano spazi centrali e spazi marginali, ma vi sono anche aree urbane segnate in modo complessivo dalla marginalità per il ruolo periferico rispetto ai trasporti e alle comunicazioni, per la ridotta presenza dell'apparato tecnologico e dei servizi avanzati.

La ricerca vuole focalizzare l'attenzione su queste forme di marginalità urbana e ricercarne le ragioni, le caratteristiche socio-demografiche ed economiche, attraverso lo studio di un'area specifica: il Molise, una delle regioni del Mezzogiorno italiano. Si vogliono così indagare, attraverso il caso di studio,  le regioni urbane marginali e  i possibili sviluppi per questi contesti. L'analisi  è svolta attraverso  fonti moderne e contemporanee in un'ottica geo-storica per spiegare le ragioni del limitato  sviluppo urbano e  delle oscillazioni contemporanee. L'area molisana è prescelta perché anche rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno, dove si sono affermate trasformazioni ed evoluzioni nei quadri urbani, evidenti nella figura 11 (Viganoni, 2007), essa  presenta  più di altre un'impronta urbana debole, concomitante alle difficoltà strutturali.

L'area di studio

 

 E' innanzi tutto necessario precisare che il Molise, se per posizione geografica è considerata una regione dell'Italia centrale, per caratteristiche socio-economiche e per l'appartenenza politica  al Regno di Napoli fino al 1861, è perfettamente attagliata alle problematiche proprie del Mezzogiorno. Il Molise è suddiviso dal punto di vista amministrativo in 136 comuni e si estende su una superficie complessiva di circa 4.440 Km2; i paesaggi predominanti sono quelli montani e collinari, tranne i circa 35 chilometri di costa bagnati dall'Adriatico. La montagna occupa il 55,3% del territorio regionale e la collina, di natura argillosa, si espande per  il restante 44,7%  (fig. 1).

Quest'area è caratterizzata dalle problematiche geo-fisiche proprie dell'habitat montano e  da ritardi nel suo sviluppo socio-economico, perché il sistema produttivo è ancorato a settori tradizionali e penalizzato nella dotazione dei servizi. Tre sono i centri che per motivazioni storiche e funzioni amministrative hanno acquisito sia pure tardivamente il crisma di città e sono Campobasso, Isernia e Termoli. Essendo una regione con squilibri demografici e limitate possibilità professionali, consente di sviluppare l'ipotesi di ricerca.

 

 

 

Figura 1:  Il Molise: regione cerniera tra l'Italia centrale e quella meridionale

Fonte: De Agostini, 2007

 

I condizionamenti feudali e la struttura insediativa in Molise

Quest'area, denominata anticamente Sannio e dall'età medievale Molise, è stata sempre di scarso rilievo dal punto di vista economico-sociale. Per la difficoltà di muoversi agevolmente dall'interno in direzione dell'Adriatico lo sviluppo insediativo sannitico-romano ne ha privilegiato in modo continuativo solo alcune  zone; inoltre,  a causa delle invasioni, essa subisce una rarefazione  dei centri abitati dal VI al X secolo d. C (fig. 2).

Solo lentamente,  tra il IX e il X secolo, è avvenuto  il ripopolamento del Molise,  favorito dai Longobardi e dall'impegno dei benedettini.  I Normanni, che fanno dell'intero Mezzogiorno italiano   uno stato assoluto suddiviso in feudi controllati da nobili famiglie, continuano quest'opera.

La suddivisione in feudi è rimarcata successivamente dagli Aragonesi e dal consolidamento del potere spagnolo nell'Italia meridionale;  nella provincia del Contado di Molise si distinguevano in due categorie: "feudi urbani e feudi rurali, per lo più privi di popolazione" (Barker, 2001, p. 313).

Figura 2: Rarefazione degli insediamenti nel Sannio tra il VI e il X secolo

Fonte: Manfredi Selvaggi, 1984, p. 155

 

 

Questi ultimi erano affittati come pascolo per le greggi transumanti.  Il Molise acquista così una fisionomia strettamente collegata alla transumanza che ne stigmatizza l'ambiente, l'economia e l'identità. Il quadro complessivo della sua economia è votato ad un'agricoltura di sussistenza e alla pastorizia, dove il vero arricchimento è per i proprietari dei feudi e delle greggi.

Gli insediamenti  erano organizzati in piccoli feudi, sottoposti alla nobiltà locale e a quella napoletana. Le ricorrenti crisi socio-demografiche e le calamità naturali come i terremoti non fanno crescere, anzi fanno diminuire il numero dei centri abitati e limitano la loro stessa densità. Nel XVI secolo, a differenza di altri centri del Mezzogiorno italiano dove risultano da 7000 a 20000 abitanti, quelli molisani si attestano su numeri ridotti secondo la rilevazione successiva al terremoto del 1456: Isernia circa 2000, Campobasso 1400; seguivano poi Bojano 1350 e Sepino 1100, pochi altri tra i 600 e i 1000 e tra i 300 e i 600 (fig. 3); quindi vi erano tante piccole comunità formate da poche famiglie (Brancaccio, 2005).

 La nobiltà aveva un atteggiamento esoso, di sfruttamento, ricorrendo spesso alla vendita dei loro feudi; il passaggio da un nobile all'altro non creava le condizioni per un radicamento politico e le basi di un possibile sviluppo economico e quindi urbano. Termoli, a sua volta, apparteneva amministrativamente ad un'altra provincia, la Capitanata, e aveva perso l'importanza acquisita nel Medioevo per il porto danneggiato sempre dal terremoto del 1456. Con circa 1200/1300 abitanti nel 1532 è anch'esso un feudo  messo ripetutamente in vendita e quindi soggetto a diverse famiglie nobiliari (Masciotta, 1985).

 

Figura 3 : Tavola del Contado di Molise di A. Bulifon, 1794; sono indicati i centri rilevanti

Fonte: Petrocelli, 1995

 

La documentazione dei secoli XVII e XVIII [1], consultata presso gli archivi e consistente in perizie che stabilivano la stima fiscale dei feudi,   permette di ricostruire le condizioni socio-politiche in Molise: la struttura organizzativa è gerarchica, pari a quella del Medioevo, nella quale  i feudatari prevalgono e hanno per sé ogni diritto e privilegio. E' stato scelto un elemento,  ben presente nei documenti, che avvalora questa tesi: la descrizione dei palazzi nobiliari come emblema dei privilegi dei feudatari.

In una provincia povera come quella molisana stride in modo contrastante la presenza dei palazzi rispetto all'abitato in quanto  segno del potere. Esempio emblematico è la descrizione riportata dai documenti di Campobasso; il perito nel 1688 ricostruisce tutti gli spazi interni del  palazzo della famiglia Carafa per comprovarne ricchezza e potenza:

"Primo il palazzo del detto Sig. Duca, il quale è situato nel luogo detto la strada di S. Andrea, all'incontro la detta chiesa capitolare di S. Leonardo che  con grata di fabbrica con una tesa s'ascende in un ballatojo, coverto a tetto, nel quale s'entra la porta della sala, con ornamento di pietra scorniciata del paese, quale sala è di forma quadrilunga, con lamia di canne e stucco, con quadro nel mezzo della Giustizia, e altri geroglifici di Carafa, con  quattro imprese (alli cantoni di detta sala) della medesima famiglia: nel lato sinistro di detta s'entra nel anticamera, coperta di simile lamia di canne, scorniciata riquadrata con finestra verso detta piazza,con ornamento ai lati di pietra del paese" [2].

Con grande rispetto il perito delinea l'intero fabbricato (fig. 4) ricco soprattutto di stanze, sale e camerini annotandone le caratteristiche: "Nell'altra testa di detta sala vi sono due stanze, e un camerino coverto a travi, con incartate e finestre verso la strada, il tutto con pavimento di mattoni" [3].

Il feudatario è in una posizione distinta e avvalorata dal possesso di botteghe, stalloni e ben tre feudi. Inoltre, gli spettano le gabelle per lo jus della piazza, ovvero per l'affitto della piazza in tempo di fiera, ed esercita una serie di diritti che gli permettono di ricavare  benefici dalle pratiche amministrative.

 

 

Figura 4 Il palazzo dei feudatari a Campobasso nell'odierno centro storico

 

 

L'organizzazione del feudo più importante, Campobasso, è ricalcata da quelli minori distribuiti nella provincia; qui si fa riferimento al  feudo di  Collotorto ubicato nel Basso Molise e a quello di   Jelsi nel Molise centrale. 

L'abitato di Colletorto racchiude gli arredi più importanti: il palazzo e il fondaco, il primo centro di potere, il secondo è il luogo del commercio, sempre controllati dal feudatario. Il palazzo baronale emerge nell'abitato, "sito in un angolo di detta terra quasi di forma quadrata isolato non unendosi altro che con la porta vecchia e mura della terra della piazza che li sta avanti per un portone tondo con ornamenti di pietra di taglio. S'entra al cortile grande coperta a lamia, a sinistra vi è una stanza a travi per uso di fondaco" [4].

 Il palazzo, quindi,  è l'espressione fisica del potere che poi si manifesta nel controllo di ogni forma di produttività economica; a Colletorto il feudatario ha pretese persino sul forno comune o sui frantoi per recuperarne ampi guadagni. Anche nel piccolo e povero feudo di Jelsi non può mancare il palazzo che stride con la povertà delle casupole dei contadini:

"Il Palazzo baronale il quale è situato in detta terra avanti il detto largo dov'è il suo entrato (…) dalla quale s'entra  nel cortile (…) s'ascende in una sala grande coverta a travi, da sinistra vi sono due stanze con una loggetta" [5].

Così inizia la descrizione dell'abitazione che è complessivamente composta anch'essa di diverse sale e collegata alla chiesa principale. All'interno dei palazzi avveniva la gestione amministrativa e politica dei feudi, la minuta organizzazione delle gabelle da pagare; nelle sale nobiliari avevano accesso solo i  funzionari nominati sempre direttamente dal feudatario, come il Mastro Giurato, che era il capo del governo cittadino con la funzione principale di preoccuparsi delle entrate  e della riscossione delle gabelle. Vi erano poi gli Eletti, cioè i consiglieri, e i sindaci che dovevano aiutare il Mastro Giurato nell'amministrazione. Questa complessa macchina controllava il territorio dal palazzo e non doveva lasciare spazio a iniziative economiche e a forme di autonomia. In questo contesto  non era utilizzato il termine città, ma gli insediamenti sono denominati terre, a testimonianza della loro dimensione prettamente rurale e di una gestione tipicamente feudale.

Le Terre diventano città

Solo nel 1743 i due centri molisani più importanti Campobasso e Isernia si riscattano e cercano di liberarsi del giogo feudale.  Dopo circa un decennio di trattative con il Regio Fisco, il 4 marzo 1742 alcuni cittadini di Campobasso formalizzano l'acquisto della loro città per il valore accertato di 102841,38 ducati. Allo stesso modo nel 1743 la città d'Isernia, dal momento che possedeva tre feudi rustici, ha a disposizione una somma sufficiente per riscattarsi. Le terre diventano finalmente città.

La trasformazione non è solo legale, ma ha connotati socio-economici, infatti il riscatto è possibile grazie ai mezzani, un ceto intermedio che si è formato all'ombra dei feudatari.  Questo aspetto è ben chiarito nei documenti consultati  riguardanti  Campobasso.  La definizione  - mezzani  -  è riportata nei testi e sta ad indicare un ceto che non coincide con la borghesia perché non né ha  consapevolezza culturale né funzioni sociali definite, però ha il suo campo di applicazione nel commercio e nell'artigianato e grazie a queste attività essi, lavorando al servizio della nobiltà, sono riusciti a diventare affittuari o proprietari di piccoli e medi appezzamenti di terra, o si sono comunque arricchiti. Come chiarisce l'estensore della perizia del 1742 della città di Campobasso  "Dell'abitanti della terra suddetta vi sono tre baroni (…) ed altre dei quali vi sono moltissimi cape di famiglie civili che vivono decentemente colla propria rendita, essendoci taluno che possiede da quarantamila a cinquantamila di fondo" [6].

Vi sono dunque capi di famiglia, dalle oscure origini, che sono riusciti ad arricchirsi all'ombra dei feudatari; insieme ad essi si sono affermate diverse professionalità artigianali:  sartori, barbieri, parrucchieri, ferrari, fucilieri, falegnami e fabbri. Ancora  nella strada della porta principale si susseguono botteghe di orefici, cappellari, merciai e scarpari, ma anche fornari, pizzicaroli, ramari, sellari, conciapelle, impastari [7].

Questo fervore fa emergere Campobasso come  piazza mercantile, sede di fiere per le sue produzioni artigianali e per il mercato del bestiame (Sarno, 2008), consente ai mezzani di riscattare la città, ma produce contrasti perché riscattarsi dal giogo feudale non è sufficiente a realizzare un nuovo modello politico di gestione territoriale. Manca ai mezzani, anche per il contesto politico-culturale, la forza di mettere in pratica una concezione moderna del potere.

Infatti, solo grazie alla presenza dei francesi si realizza un vero cambiamento politico che dà spazio e sostegno al ceto intermedio nel 1806, quando, per volere di Napoleone Bonaparte, il Regno di Napoli è affidato dapprima a Giuseppe Bonaparte e successivamente, nel 1808, a Gioacchino Murat.

I francesi, nel periodo  1806-1815   identificato come decennio francese o murattiano, sopprimono tutti i privilegi fiscali, rivedono la geografia amministrativa del Mezzogiorno, istituiscono le intendenze provinciali e definiscono i capoluoghi di ciascuna. Il Molise  ottiene una ridefinizione dei suoi confini e una piena autonomia come provincia. Il capoluogo  prescelto è Campobasso e i mezzani  diventano cittadini grazie all'intervento esterno dei francesi.

Campobasso assurge come città in quanto centro vitale dal punto di vista politico ed economico, e ciò diventa evidente nelle forme urbanistiche e nella realizzazione del suo ampliamento (Sarno, 2007a). Sebbene le trasformazioni urbanistiche  avvengano nel corso dell'Ottocento, tuttavia esse sono il risultato della crescita dei mezzani e della presenza politica francese che la designa capoluogo. La cartografia rappresenta bene questi passaggi e documenta l'evoluzione urbana; in questa sede si propone una carta del 1859 che sintetizza la realizzazione dell'ampliamento dell'impianto urbanistico (fig. 5).

Se questa città beneficia delle  funzioni amministrative, Isernia invece non riesce neppure in questo, in quanto qui  il riassetto urbano è lento e difficile, operato più su singoli edifici e strade che ripensando ad una rifondazione complessiva. Allo stesso modo Termoli solo dal 1806 non è  più feudo e recupera l'antico ruolo portuale, ma  la vera ristrutturazione del porto avverrà solo agli inizi del Novecento.

Il crisma di città identifica essenzialmente Campobasso per le funzioni amministrative, Isernia e Termoli per la storicità insediativa; altri centri, come Agnone in Alto Molise, si svuotano per l'emigrazione dopo l'Unità italiana. Nel complesso l'impronta urbana si afferma lentamente  senza propagarsi e in un contesto socio-economico che, come si vedrà, ne condizionerà lo sviluppo e l'evoluzione.

Figura 5 Lo sviluppo urbano di Campobasso nella carta redatta dall'architetto Pace nel 1859

Fonte: Petrocelli, 1995

 

Le difficoltà strutturali dopo l'Unità

La produzione cerealicola e la transumanza, su cui si reggeva l'economia molisana,  entrano in crisi nel corso dell'Ottocento e soprattutto nella seconda metà. il primo colpo alla pastorizia fu inferto dalla legge n. 75 del 21 maggio 1806, emanata da Giuseppe Bonaparte, e nell'arco dell'Ottocento la transumanza subisce una completa involuzione.

Contemporaneamente la messa a coltura dell'intera area molisana per la produzione cerealicola non risolve i problemi dei contadini molisani sia per la scarsa fertilità dei suoli, sia perché è un'area arretrata anche nell'uso delle tecniche più elementari, con un settore manifatturiero poco articolato e moderno e con un sistema creditizio altrettanto debole (Zilli, 2008). Se gli storici attribuiscono all'aumento del prezzo del grano la crisi post-unitaria del Molise e del Mezzogiorno, questo è solo il motivo più eclatante; in realtà le attività locali, già fragili nel periodo preunitario, non reggono il confronto con il contesto nazionale e internazionale, nonché  con l'innovazione tecnologica per la debolezza strutturale del sistema socio-economico molisano, che appunto si basava sulla transumanza  e su un'agricoltura arretrata.

Inoltre, atteggiamenti feudali permanevano e si manifestavano attraverso iniqui rapporti agrari dal momento che vi era  un numero ristretto di proprietari e un'ampia folla di salariati da sfruttare in una provincia che, pur avendo ottenuto l' autonomia amministrativa nel 1806,  la perde di nuovo nel 1861, all'indomani dell'Unità italiana, in quanto aggregata all'Abruzzo. Tuttavia, il fattore che evidenzia in pieno la debolezza socio-politica è l'inesistenza delle comunicazioni.

Il Molise è  identificato ancora oggi per la presenza dei tratturi, le grandi vie d'erba per i transumanti che si muovevano dalle zone montuose verso il Tavoliere pugliese. Questi passaggi naturali, particolarmente vantaggiosi per la transumanza, non sono più utili quando l'evoluzione tecnologica investe e trasforma i mezzi di trasporto. La rete viaria  molto limitata non è  potenziata e sono a lungo utilizzati muli e carrette.   La tratta ferroviaria Campobasso-Termoli è inaugurata solo nel 1883, in ritardo rispetto alle  province limitrofe.

Peraltro, il Molise è attraversato in gran parte della sua lunghezza dal fiume Biferno, lungo 84 chilometri, che nasce da corsi d'acqua provenienti dal massiccio calcareo del Matese, nei pressi del comune di Bojano; il suo corso è impetuoso e per lunghi periodi  non  era attraversabile (fig. 1).  Il Biferno ha impedito spesso il passaggio dal Molise occidentale a quello orientale  e le strade che percorrono la sua valle sono soggette a movimenti franosi. E' dunque un altro imponente fattore di impedimento negli spostamenti.

I problemi di comunicazione mettono in crisi il commercio e le vocazioni artigianali come la lavorazione dell'acciaio a Campobasso e a Frosolone, del rame ad Agnone e della seta a Montefalcone, Limosano, Trivento, Sepino, Guardiaregia e Campochiaro.  Le produzioni artigianali, pur riscontrando successo  nelle province confinanti, si indeboliscono perché il Molise non è inserito nelle reti di comunicazione interprovinciali e ciò lo conduce  all'isolamento, facendogli perdere quel ruolo mercantile che pure aveva faticosamente acquisito nel Settecento. I mezzani non hanno la forza di imporsi come ceto imprenditoriale evoluto nella mentalità e nell'impostazione politica. Lo sviluppo avviato nel corso del Settecento perde il suo slancio e   l'agricoltura rimane arretrata;  si concretizza  uno scenario socio-economico che  permane inalterato   fino al secondo dopoguerra, quando nel 1951 si registrano 406.823 residenti in gran parte braccianti dediti alla cerealicoltura.

Lo svuotamento dei centri e lo spopolamento

Se dopo l'Unità la popolazione italiana aumenta (da circa 24 milioni nel 1861 a circa 36 nel 1936) soprattutto nel Mezzogiorno, quella molisana ha una crescita contenuta fino al 1901, attestandosi su 394.956 unità, è stazionaria nel decennio successivo, con un calo di circa 15.000 unità nel 1921.

In realtà, le  problematiche strutturali prima descritte creano le condizioni per l'emigrazione (fig. 6). Infatti, tra il 1876 e 1940,  sono rilasciati complessivamente circa 370.000 permessi per l'espatrio e solo nel ventennio 1891-1910 circa 210.104 molisani varcano i confini nazionali.  Il fenomeno mantiene lo stesso trend dopo il secondo dopoguerra, quando si registrano circa 260.000 espatri tra il 1946 e il 1986, dei quali ben 200.000 nel ventennio 1951-1970. A questi si devono aggiungere   nel ventennio Cinquanta-Settanta del secolo scorso circa ventimila trasferimenti in altre regioni italiane  (Massullo,  2000, vol. IV).

 

Figura 6 Sintesi degli espatri molisani dal 1876 al 1986, da Citarella,1996; C. Carbone, 2001

Nostra elaborazione

 

Se l'assetto demografico si mantiene bilanciato nella prima metà del XX secolo per la contrapposizione tra incremento naturale e decremento migratorio, si sbilancia successivamente, quando la risorsa umana diventa sempre più emblematica per la diminuzione della natalità, come mostrano i dati assoluti: 406.825 ‰ residenti nel 1951, 328.371 nel 1981. L'indice di natalità diminuisce   fino ad attestarsi nel 1989 al 10,4‰,  di poco superiore alla media nazionale del 9‰, ma sempre inferiore alla media complessiva meridionale (Sarno, 2008). L'abbassamento dell'indice di natalità, che continua a  registrarsi negli ultimi venti anni, rende nucleari le famiglie molisane, anche per la  mobilità interregionale che rimane costante.

Si concretizza, tra il 1951 e il 1971, una riduzione degli addetti all'agricoltura di circa due terzi (Formica, 1975). Questi dati sono coerenti con quelli proposti da Fondi per gli stessi anni sullo spopolamento dei comuni molisani «che raggiungono gli indici più negativi proprio alle spalle di Larino (mediamente del 35%),  si mantengono tra il 30 e il 40% nelle zone dell'Alto Molise, mentre diminuisce al 20% nella zona del Termolese» (Fondi, 1970, p. 150).

Alla fine delle grandi migrazioni, gradatamente negli anni Novanta del secolo scorso "la popolazione molisana si stabilizza poco sopra la soglia dei 329 mila abitanti, per poi conoscere nuove flessioni con un valore assoluto al 1 gennaio 2005 di 321.953 residenti, con un deficit nell'ultimo decennio di 7.255 abitanti" (Muscarà, 2008).

E' dunque sistematica l'erosione  della residenzialità in Molise, per il trasferimento nelle regioni limitrofe e per l'esodo oltre i confini nazionali di circa 5000 unità all'anno. La figura 7 evidenzia la forte diminuzione, nell'arco di venticinque anni, delle aree rurali  montane e collinari,  perfettamente in sintonia con la debolezza delle attività economiche [8].

 

Figura 7  Le variazioni demografiche nell'arco degli ultimi 25 anni: in evidenza i tre centri urbani

più importanti

Elaborazione da dati  ISTAT

 

In questo contesto di impoverimento demografico, solo Campobasso, Isernia e Termoli acquistano  un peso demico consistente, per il ruolo attrattivo svolto dai centri urbani a discapito delle aree rurali. Le oscillazioni negative sono molto evidenti e diffuse nella regione, raggiungendo punte molto elevate nelle aree settentrionali e centrali, mentre quella costiera, che ha come suo polo Termoli, è la più vitale.  Gli ambiti urbani  di Campobasso e di Isernia hanno un trend positivo soprattutto nei comuni della prima corona. La figura 8 è stata costruita proprio considerando la media delle medie delle cancellazioni e delle iscrizioni anagrafiche comunali per e dall'Italia nel periodo 1986- 2008; si è potuto così verificare quali comuni nel tempo attraggono residenti e quali li perdono; alcuni comuni sono soggetti ad entrambi i fenomeni. Come  si può notare hanno un'evoluzione positiva alcuni comuni costieri e quelli ubicati nella sezione sud-occidentale; dei centri maggiori Campobasso è nella media, mentre Isernia e Termoli hanno un  trend positivo.

 

Figura 8  Rappresentazione dei comuni che maggiormente hanno attratto residenti e quelli con maggiori perdite Elaborazione da dati  ISTAT

 

La mancanza di risorse umane, che rende persistente il problema dello spopolamento, indica l'assenza di specifiche professionalità soprattutto innovative, mentre aumentano le classi elevate d'età. Le forze lavorative attive vanno diminuendo, infatti è ormai diffuso il brain drain, ossia il trasferimento dei giovani laureati in altre regioni o fuori dall'Italia con una delle percentuali più elevate nel Mezzogiorno (Casacchia-Crisci, 2008). In questo quadro fatto di oscillazioni demografiche negative, i centri vitali sono pochi e marginali per le loro stesse possibilità produttive.

La debolezza del sistema urbano nel contesto economico regionale

Circa un terzo dei residenti in regione, complessivamente 320.795 unità nel 2009, vive nei tre poli ormai individuati,  ovvero a Campobasso (51.218), Isernia (21.799) e Termoli  (32.484) e poi si distingue Venafro con circa 11.532 residenti. Infatti, i comuni molisani sono nella gran parte di piccola e media taglia demografica, pochi presentano una situazione demografica solida con all'incirca tra i 5.000 e 10.000 residenti[9] .

L'aspetto demografico, comunque non rilevante, si innesta su funzioni limitate di tipo amministrativo  e residenziale per Campobasso e Isernia, in continuità con il passato. A sua volta

Termoli che vorrebbe imporsi come centro industriale e turistico stenta a decollare. L'accentramento della popolazione è avvalorato da due indicatori che ora discuteremo: gli addetti alle unità locali delle imprese e delle istituzioni rilevati a scala comunale dal censimento del 2001 (fig. 9) e le aziende partecipanti all'Associazione Industriali della regione.

 

 

Figura 9 Diffusione di addetti. In molti comuni  è limitata.

Elaborazioni da dati  ISTAT

 

I dati  degli addetti [10]forniscono indicazioni utili: è diffusa un' occupazione medio-bassa nella gran parte dei comuni  e si presentano poche isole con un alto numero di addetti nei poli già individuati. Isernia e Campobasso sono luoghi di attrazione professionale e assorbono il maggior numero di addetti, anche in modo variegato.

Per quanto riguarda le aziende, iscritte per l'anno 2009 all'Associazione Industriali del Molise, esse sono circa 270 e rappresentano le tipicità locali (fig. 10); le più diffuse sono quelle alimentari, metal-meccaniche e edili; seguono quelle che forniscono servizi sanitari e informatici. Un buon numero offre servizi per l'agricoltura. Ben poche sono attinenti al turismo, ai trasporti e ad altre specialità; qualche unità fornisce servizi adeguati al terziario avanzato. Oltre il 50% delle circa 270 aziende  è collocato nei poli di Campobasso, Termoli, Isernia, Venafro- Pozzilli; solo due piccoli comuni - Ripalimosani e sant'Elia a Pianisi - si distinguono per l'ubicazione di alcune aziende, poi la carta evidenzia comuni privi di attività industriali e altri con una minima presenza. Questi dati ribadiscono l'accentramento in pochi poli di aziende che hanno un'impostazione tradizionale e non garantiscono una reale crescita complessiva.

 

 

Figura 10  La distribuzione delle industrie in Molise: sono indicati i centri con maggiore concentrazione

Nostra elaborazione

 

I poli individuati assorbono molti degli addetti per la localizzazione delle industrie e anche di uffici e servizi; tuttavia, le tipologie industriali radicate indicano una mancata evoluzione, i loro prodotti  sono utili generalmente a scala locale. Questi limiti strutturali rappresentano bene l'economia regionale dipendente in buona parte dai flussi della spesa pubblica, con un reddito pro capite inferiore del 30% a quello medio italiano.

La marginalità delle attività economiche è comune alle tre aree urbane, ma altri elementi consentono ulteriormente di valutare specifiche situazioni come la debolezza delle imprese isernine e la crisi industriale di Termoli.

La città e la provincia di Isernia hanno un nucleo produttivo che è in termini assoluti il più piccolo del Paese essendo costituito da circa 7600 imprese, per quanto la densità imprenditoriale sembri elevata: 8,6 imprese ogni 100 abitanti[11] . La particolarità, non certo positiva, è la piccolezza e la frammentarietà di queste aziende, gli scarsi contatti con i mercati internazionali; infatti hanno una certa incidenza le cosiddette ditte individuali e le piccole aziende agricole. Il ruolo di questa città in quanto capoluogo di provincia dovrebbe essere quello di sostenere  le imprese artigianali e il settore dell'edilizia, ma non riesce a captare i necessari finanziamenti.

Il nucleo industriale di Termoli  è in crisi con ampio utilizzo della cassa integrazione sempre per la mancanza di finanziamenti, per le difficoltà nell'erogazione del credito e  di trovare nuovi mercati. Pur essendo il centro con le maggiori potenzialità per la sua felice posizione sull'Adriatico e nodo ferroviario importante, avrebbe bisogno di investimenti per il rilancio industriale e per un vero lancio turistico. Il polo industriale più importante - la Fiat - ha utilizzato ampiamente negli ultimi anni gli ammortizzatori sociali e ha chiuso il 2009 lasciando a casa 400 lavoratori interinali.

Ma non contano solo gli aspetti economici, anche quelli urbanistici  esprimono l'atrofia urbana di questi centri. Caso emblematico è quello del capoluogo regionale dove non si riesce a realizzare un'adeguata programmazione urbanistica, come mostra la vicenda del piano regolatore   che ha avuto una lunga gestazione dal 1985  al 2000 e poi è stato definitivamente respinto nel 2007.

 La proposta, sintetizzata nella documentazione predisposta dall'urbanista Corrado Beguinot (2000),   rappresentava sulla carta una nuova prospettiva: quella di una città a misura d'uomo, aperta alle innovazioni, con lo sguardo puntato al futuro per quanto riguarda il potenziamento delle strutture formative, sanitarie e tecnologiche.  Il rigetto è stato determinato dal fatto che gli indici per la fabbricazione,  i vincoli ambientali e gli spazi per i servizi pubblici limitavano l'espansione dell'edilizia popolare.  Motivazioni tecniche e politiche hanno agito contro una proposta che poteva essere migliorata, ma rappresentava un valido strumento per la città, che ora è di nuovo nell'emergenza, ferma  al piano del 1954. L'obiettivo era quello di inserire Campobasso in una rete di relazioni territoriali e di svilupparne in modo innovativo il suo ruolo di capoluogo di regione, attraverso la costruzione di un  centro direzionale, del parco urbano  e soprattutto dell'ampio spazio dato ai servizi pubblici, per dotare  la città di un volto nuovo e superare strettoie tipiche del Mezzogiorno. Era stata individuata l'area da destinarsi agli impianti sportivi per costituire una città dello sport e  quella per lo scambiatore intermodale di trasporto.

Altro esempio dei ritardi socio-economici che si riflettono nella programmazione urbanistica  è il porto di Termoli; pur essendo stato scalo utile dall'antichità e nel corso dei secoli, un vero primo progetto di sistemazione di questo porto risale agli inizi del Novecento e tuttora manca un adeguato piano regolatore. Questo strumento di programmazione potrebbe invece conciliare le attività di pesca con quelle turistiche senza tralasciare gli aspetti ambientali.

 L'atrofia urbana si manifesta anche nel ruolo assolto dalle corone urbane: esse svolgono una funzione essenzialmente residenziale per la storicità della loro esistenza,  sono sede in alcuni casi di industrie e stabilimenti, ma appaiono frammentarie (figg.7-10). Il caso più emblematico è la relazione Isernia-Venafro: i due centri non si saldano formando un continuum urbano, anzi sono attorniati da comuni che perdono residenti e nei quali non si stabilizzano attività economiche. Venafro accentra numerose aziende, diffuse anche nel piccolo comune di Pozzilli, ma  non promuove contatti a scala internazionale.

Altri centri di media taglia demografica appaiono come cattedrali nel deserto, come ancora una volta Agnone nella parte nord occidentale che svolge una funzione di raccordo ma è comunque circondato da comuni  soggetti a spopolamento.

Interessante è invece il processo che sembra realizzarsi nella zona costiera dove i comuni confinanti con Termoli formano un addensamento significativo e abbastanza omogeneo; tuttavia questa positività è fortemente condizionata dalla depressione insediativa che si è ormai stabilizzata tra il Molise centrale e quello costiero. Questa area intermedia è a bassa concentrazione di residenti, di servizi e aziende e con una cattiva organizzazione della rete stradale.

In un contesto regionale depresso i centri principali quindi appaiono isolati e sono nuclei soprattutto di addensamento residenziale anche per gli scarsi  raccordi interni ed esterni con altri poli interregionali. L'obiettivo mancato del nuovo piano regolatore della città di Campobasso è paradigmatico per l'intera regione: manca quell'evoluzione nelle funzioni che trovi riscontro nella realizzazione concreta dell'impianto urbanistico. Queste città sono dunque dei poli urbani che svolgono funzioni locali, soprattutto tradizionali senza un rapporto pluridirezionale con le aree di gravitazione.

Conclusioni: le prospettive

La marginalità urbana appare generalmente radicata in alcuni quartieri di aree metropolitane dove è diffusa la presenza di diverse etnie, dove si esplicano forme continue di violenza, dove si riscontra  degrado ambientale. In questo caso invece ci troviamo di fronte a cittadine tranquille, che si presentano dignitosamente, con una limitata presenza di immigrati, ma con uno stato di marginalità complessivo e non di una parte. Esse sono marginali per la scarsa incidenza di imprese e di servizi sofisticati dal punto di vista tecnologico, nonché per l'arretratezza delle reti di trasporto.

L'impronta urbana nel Molise, come si è cercato di mostrare, si è affermata lentamente ed è stata soffocata dai condizionamenti feudali e dall'arretratezza economica. Lo sviluppo successivo è avvenuto in relazione allo spopolamento delle aree rurali e come concentrazione di imprese e servizi tradizionali. Tale forma di marginalità è qui generalizzata, mentre in altre regioni del Mezzogiorno si riscontra una situazione diversificata. Infatti, una ricerca sul Mezzogiorno urbano (Viganoni, 2007), documenta che  in Campania, Calabria e Sicilia sono compresenti  articolazioni urbano-territoriali sub-regionali,  grandi poli e ambiti urbani che svolgono funzioni locali e comunque limitate (fig. 11). Il Molise registra invece solo situazioni di polarità deboli e marginali.

 

 

Figura 11 I sistemi urbani nel Mezzogiorno

Fonte: Viganoni, 2007

 

 

Ma quali prospettive possono avere questi spazi urbani? Si vogliono allora indicare alcuni fattori che possono  rimettere in moto il contesto regionale e quindi ampliare gli orizzonti di queste città; essi  sono:

-         Infrastrutture

-         Monitoraggio dell'erosione residenziale

-         Agevolazioni nel credito

-         Strumenti legislativi.

a)      Infrastrutture

La prima necessità del Mezzogiorno e del Molise è una riorganizzazione delle infrastrutture; importanti  in tal senso sono gli interventi  per la pianificazione dei trasporti, delle reti ferroviarie e stradali. Ma ciò che conta è anche il rinnovamento delle strutture portuali che possono consentire al Sud di avvalorare il proprio ruolo nel Mediterraneo. Tra questi lo scalo di Termoli merita di essere potenziato per i contatti sempre più frequenti con i paesi dell' Est europeo. Lo sviluppo della portualità turistica e di cantieri navali di diporto darebbe sostegno all'economia e al turismo. Inoltre, bisognerebbe predisporre  spazi decisionali, culturali e organizzativi.

Nel quadro delle infrastrutture  sono  inoltre altrettanto importanti le strutture informatiche e telematiche perché  consentono contatti e scambi,  servizi e supporto alle zone meno popolate.

b)      Monitoraggio dell'erosione residenziale

Il problema dello spopolamento merita un monitoraggio specifico non solo da parte dell'ISTAT in quanto istituzione nazionale deputata alle analisi statistiche della popolazione, ma anche da altre istituzioni che sinergicamente e ciascuna per i suoi obiettivi di ricerca possono analizzare il fenomeno anche utilizzando indicatori non convenzionali per studiare il problema. Non solo dunque è opportuno fotografare la popolazione, ma anche monitorare la mortalità delle micro-imprese, delle attività artigianali, delle attività commerciali e di ristoro.

        c) Le agevolazioni nel credito

Un altro nodo è rappresentato dalla  flessibilità nelle  agevolazioni  del credito. Un aspetto importante in tal senso è il  microcredito, che  offre  la possibilità di accedere ai servizi finanziari ad un ampio numero di persone e consente  di esercitare un'attività indipendente e remunerativa. In Molise questa opportunità può essere  un incentivo per la costituzione di  imprese dirette da donne, giovani, immigrati. Unitamente al microcredito, le zone franche, che puntano su vantaggi nel fisco e nel credito d'imposta, sono un'altra opportunità per agevolare le imprese. Per ora solo Campobasso è zona franca per una recente decisione del Ministero dell'Economia. Queste possibilità potrebbero  incentivare l'imprenditoria locale, le produzioni di nicchia, la commercializzazione dei prodotti agricoli.

d)    Gli strumenti legislativi

L'attuazione di piani regolatori e di programmazioni relative allo sviluppo locale e alle richieste del mercato sono gli strumenti necessari per costruire un realistico modello di sviluppo regionale. I piani regolatori non sono solo utili per ristrutturare gli ambiti residenziali dei centri urbani, ma anche a ridefinirne le funzioni. D'altra parte la riorganizzazione delle infrastrutture richiede un'attenta analisi e gestione del territorio con l'aiuto di report e di cartografia al dettaglio, basilari per disegnare  reti di trasporti e di comunicazioni.

e)    Le prospettive

I risultati della ricerca hanno voluto testimoniare le caratteristiche di una particolare forma di  marginalità urbana e i possibili sviluppi coerenti a tali ambiti territoriali, fornendo chiavi di lettura utili ai decisori politici e a chi si occupa di pianificazione territoriale. Inoltre, si è inteso anche documentare la specificità dell'impronta urbana nella regione molisana, più debole rispetto al resto del Mezzogiorno.

Siffatti poli urbani meritano una programmazione ad hoc dal punto di vista economico, con interventi che tengano conto della diffusione delle piccole imprese, che realizzino processi di innovazione, che facilitino le comunicazioni intra e extra regionali. Essi potrebbero così acquisire realmente un ruolo  di coordinamento,  a patto che sia  sistemico e fondato sull'integrazione tra centri urbani e  aree di gravitazione.

 

Notas



[1] Si fa riferimento ad apprezzi cioè perizie del Seicento e del Settecento che riguardano i feudi molisani, consultati presso gli archivi di Campobasso e di Napoli.  Gli apprezzi, nel loro significato etimologico, erano appunto la quantificazione del pretium di un feudo, del valore economico, realizzato con metodo e rigore da esperti. La necessità di effettuare le perizie era determinata dalla complessità dell'organizzazione feudale del Mezzogiorno moderno, che prevedeva la vendita dei feudi in mancanza di legittimi successori o specifici accertamenti per  debiti. In questo contributo si fa riferimento in modo specifico a 4 perizie: L. Nauclerio, L'apprezzo della terra di Campobasso, 1688; L. Nauclerio, L'apprezzo della terra di Jelsi, 1688; G. Stendardo, L'apprezzo della terra di Campobasso, 1742;  G. Galluccio e R. Cacciapuoto, L'apprezzo della terra di Collotorto, 1714.  Per l'importanza degli apprezzi come fonti di analisi territoriali si veda Sarno, 2007a; 2008d.

[2] L. Nauclerio, Apprezzo della Terra di Campobasso,1688, pp. 64-65.

[3] L. Nauclerio, Apprezzo della Terra di Campobasso, 1688, p. 66

[4] G. Galluccio e R. Cacciapuoto, L'apprezzo della terra di Collotorto, 1714, p. 13.

[5] L. Nauclerio, Apprezzo della Terra di Jelsi, 1688, p. 11.

[6] G. Stendardo, Apprezzo della terra di Campobasso,1732, p. 15

[7] Ibidem.

[8] I dati dei residenti e degli addetti sono stati consultati dalla Biblioteca dell'ISTAT di Campobasso e dal Sito Web dell'Istituto Nazionale di Statistica: www.istat.it, Roma.

[9] Gli otto comuni sono: Bojano, Campomarino, Guglionesi, Larino, Montenero di Bisaccia, Riccia, Trivento in provincia di Campobasso; Agnone, in provincia di Isernia.

[10] Il censimento 2001 ha preso in considerazione gli addetti alle unità locali delle imprese e delle istituzioni; sono stati utilizzati i dati complessivi che accorpano i lavoratori indipendenti, i dipendenti delle imprese e i dipendenti delle istituzioni per ciascun comune. Gli indipendenti sono generalmente artigiani, ma anche addetti a servizi connessi all'agricoltura e alla zootecnia; la categoria dei dipendenti delle imprese accorpa tutte le attività primarie, secondarie e terziarie; la categoria dei dipendenti delle istituzioni accorpa gli addetti presso la Pubblica Amministrazione e enti locali. E' stata utilizzata una classificazione che distribuisce gli addetti in sei classi: una minima (10-100), una bassa (101- 300) una medio-bassa (301- 1.200), una media (1.201- 4.000), una medio-alta (4.000-10.000) e una alta (10.001-22.000).

[11] I dati e le informazioni sono consultabili sul sito della Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato di  Isernia: http://www.camcomisernia.it.

 

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